Doriani d'Argentina - Il calcio tra Italia e America Latina. L'esempio di Genova - Quaderni di Casa America 2012

Da un po di tempo cercavo unidea per scrivere il mio primo libro, quando sono incappato, diciamo casualmente, nella lista di tutti gli argentini che hanno giocato nella Sampdoria.

La maggior parte li conoscevo, magari solo di nome. Di altri invece ignoravo persino la loro esistenza. Ho così iniziato una fase di ricerca: ho studiato le loro carriere e le loro vite, per quanto mi è stato possibile. Scoprendo che tutti, dai primi arrivati nel 1947 a quelli più recenti, avevano una bella storia. E così mi sono chiesto, perché non raccontarle tutte queste storie? Lho fatto, e Doriani dArgentina (il titolo è chiaramente ispirato ad una canzone di Ivano Fossati) ne è il risultato.

Nessun altro paese ha regalato così tanti giocatori alla squadra blucerchiata. Né il Brasile né quella che un tempo era la Jugoslavia. Ci deve essere un rapporto speciale tra lArgentina e la Sampdoria. Come del resto cè fra la città di Genova e Buenos Aires: tanto che i tifosi del Boca Juniors per esempio sono chiamati xeneizes, genovesi appunto.

Iniziata tanti anni fa con larrivo dei tre pionieri Juan Francisco Calichio, Carlos Bello e Oscar Lucas Garro (soltanto i primi due effettivamente doriani de iure e de facto), la lunga avventura degli argentini in maglia blucerchiata sta continuando. Con Sergio Germán Romero e Juan Ignacio Antonio, presenti ora nella formazione della Samp, ma che non cito nel testo perché al momento delluscita del libro (aprile 2011) non erano ancora stati acquistati.

È stata forse una storia minore, quella degli argentini nella Samp. Basti pensare che nel periodo più splendente della vita doriana, quello per intenderci della presidenza Paolo Mantovani (1979-1993), non ci fu alcun argentino in rosa.

Comunque una storia che è stato bello raccontare.

Quella di bidoni, sempre se è giusto chiamare così chi ha giocato in serie A, che una volta andati via non si sono fatti rimpiangere: Calichio (si riscatterà, facendo in seguito una dignitosa carriera con la maglia dellEmpoli), Bello, Garro, ma anche nei tempi più vicini Fernando Gastón Córdoba (una sola presenza con il Doria, è riuscito poi una volta tornato in Sudamerica a vincere la Copa Libertadores con Olimpia de Asunción).

Quella di chi è arrivato troppo presto, quando i tempi con ogni probabilità non è ancora maturi. Sto pensando a Humberto Rosa, gran classe e pupillo di Nereo Rocco quando si trasferì a Padova,  ma pure ad Ariel Ortega, avvolto in un suo fumus persecutionis. Collezionerà quasi cento presenze con la camiseta albiceleste ma in blucerchiato giocò soltanto nella stagione della retrocessione in B.

O troppo tardi, quando non cera più niente da dare e da dire. Francisco Ramón Lojacono fece davvero poco in una Samp degli anni Sessanta, ormai stremato da duecento e passa partite in serie A e soprattutto da una vita di eccessi. Loriundo Dante Mircoli combinò ancora meno, nonostante arrivasse dallIndependiente con in mano un buon curriculum.

Cè anche chi è caduto fatalmente nelloblio: Luis Carniglia, raccomandato dal padre che portava il suo stesso nome ed era un allenatore famoso. Oggi in pochi si ricordano del centrocampista che con la maglia del Cesena, in una gara di Coppa Italia, realizzò contro la sua ex squadra pure un gol.

Oppure semplicemente cè chi è rimasto a Genova troppo poco per lasciare davvero delle tracce. È il caso di Juan Sebastián Verón, fuoriclasse assoluto ma che in due stagioni, la prima peraltro giocata a livelli ottimi, non è riuscito - secondo me - a lasciare un segno indelebile.

Chi nei ricordi degli appassionati è rimasto, grazie ad un gol storico in un derby. Il castiga genoani è Mario Sabbatella, scritto con due B come ho scoperto proprio durante la bella mostra Genoa, Sampdoria e lAmerica Latina organizzata da Casa America. Sabbatella in alcuni testi lavevo trovato scritto nella maniera che poi si è rivelata quella giusta, in altri (soprattutto in quelli argentini) nella versione che io ho deciso di adottare, ma che poi lo stesso Mario con molta gentilezza ha corretto: Mi chiamo Sabbatella con la doppia B. Almeno così ha scherzato, mentre guardavamo le foto e i filmati in Villa Rosazza mio papà mi ha iscritto allanagrafe argentina.

Infine voglio ricordare chi è finito per una serie di motivi nei cuori dei tifosi, e là è restato anche negli anni. Quando in occasione della conferenza Storie latinoamericane di Genoa e Sampdoria in unintervista per la tv ufficiale della Samp mi è stato chiesto quale fosse il mio doriano dArgentina preferito ho risposto senza esitare. Ernesto Bernardo Cucchiaroni è il mio favorito. Tito è stata una figura leggendaria nella storia della Samp, come leggenda è diventata poi la storia della sua tragica e anche misteriosa morte. Per questo libro ho intervistato parecchie persone di fede blucerchiata, ragazzini negli anni Sessanta, e tutti ricordano in campo la sua pelata che lo faceva apparire più vecchio di quanto in realtà fosse. Tito deve essere stato una gran bella persona, oltre che un ottimo giocatore. Amato tanto a Genova, quanto nel suo paese natale nella provincia argentina di Misiones.

(E se mi avessero chiesto pure quale altro argentino mi sarebbe piaciuto vedere con la maglia della Samp, probabilmente avrei risposto che sarebbe stato bello che nella storia della Samp fosse entrato, magari anche di striscio, il grande Omar Sivori. Sì, mi sarebbe piaciuto che El Cabezón avesse speso gli ultimi anni della sua carriera con addosso la maglia più bella al mondo. Me lo immagino, nella fase declinante della sua carriera, a deliziare il pubblico doriano con i suoi calzettoni sempre abbassati).

Tornando al mio libro, mentre stavo lavorando ho dialogato spesso con Massimo Raffaeli, che è un filologo e un critico letterario molto bravo. Ha curato libri di Gianni Brera, Giovanni Arpino, Mario Soldati, Mario Pennacchia, Gian Paolo Ormezzano, e non so bene perchè ma mi ha incoraggiato perché continuassi a scrivere. È stato lui, sempre molto gentile e disponibile, a scrivere la prefazione del libro e a trovare, secondo me, il vero senso del testo. Io, come detto, avevo semplicemente ricercato fonti su tutti i doriani dArgentina e di ognuno ne avevo fatto un mio personale ritratto. Lui invece, e forse è proprio questo il compito che deve avere la critica letteraria, ha trovato il collegamento che evidentemente cè ma che io non ero riuscito a vedere tra la Sampdoria e lArgentina.

Ha scritto Raffaeli: Due soli titoli mondiali fanno probabilmente ancora torto al fútbol che non solo ha allestito squadre di gran rango quali il River Plate, il Boca Juniors o lIndependiente, ma ha saputo mantenere intatto il vivaio da cui sono usciti, nei decenni, fuoriclasse come Alfredo Di Stéfano, Ángel Labruna, José Sanfilippo, Néstor Rossi, Omar Sivori, Antonio Valentín Angelillo, Osvaldo Ardiles e, buon ultimo ma non esattamente lultimo, Lionel Messi.

Di una simile storia è parte la squadra che allanagrafe risulta la più giovane tra le grandi italiane e cioè la Sampdoria che, fondata tra le macerie di Sampierdarena nellagosto del 46, ha comunque tesserato diciassette giocatori argentini (taluni oriundi, con doppio passaporto) in poco più di sessantanni di attività agonistica. Una certa affinità elettiva, se non proprio una diretta filiazione, continua dunque a mantenersi tra gli emigrati genovesi che sbarcarono alla foce del Rio della Plata e chi porta sulla maglia lo stemma orgoglioso del Baciccia, lintrepido lupo di mare con tanto di berretto e di pipa.

A pensarci sto sempre riportando la prefazione di Raffaeli  - è una caratteristica che, nel lungo periodo, sembra incidere sulla fisionomia del popolo doriano e, prima, sui risultati di una squadra per proverbio incostante e imprevedibile.

Cè forse qualcosaltro e di più arduo da individuare che non è tanto labitudine alla sconfitta quanto, si potrebbe azzardare, la metafisica della sconfitta anche nella vittoria.

Alberto Facchinetti