Lorenzo, il catenacciaro dei due mondi - Linea Bianca Trimestrale di scienza e cultura sportiva, n°11/2010

Mister, abbiamo bisogno di lei. La telefonata del presidente Giorgio Chinaglia lo sorprese mentre si trovava in vacanza nella sua casa di Miami. Juan Carlos Lorenzo non aspettava altro, da tredici stagioni lontano dallItalia non aveva mai smesso di pagare la quota annuale per poter allenare qui da noi. Disse immediatamente di sì, senza esitare nemmeno per un secondo.

Il campionato 1984-1985 era iniziato male per la Lazio: due pesanti sconfitte e la società aveva deciso di rimuovere dallincarico lallenatore Paolo Carosi. E di consegnare la squadra nelle mani di questo pittoresco mister argentino, che già sera seduto in quella panchina per cinque stagioni tra i Sessanta e i Settanta.

Fu una stagione disastrosa, culminata con una vergognosa retrocessione in serie B. Lorenzo ormai sessantaduenne esasperò i suoi lati macchiettistici, che in misura minore aveva mostrato anche negli anni prima. Tentò con le sue maniere di fare il possibile, e a volte anche limpossibile, per salvare una squadra - un lotto non poi tanto male di giocatori - che evidentemente non aveva intenzione di rimanere in A.

Il primo giorno si presentò in spogliatoio mostrando ai ragazzi un pezzo di carta. Sosteneva el Toto Lorenzo che fosse un telegramma di De Gasperi, che gli aveva scritto per congratularsi del nuovo incarico. I ragazzi si guardarono esterrefatti, non dissero niente. Si misero la tuta ed uscirono per lallenamento. Era settembre, la preparazione precampionato era già stata fatta da Carosi, di certo non si sarebbero aspettati di farne una seconda. Lorenzo aveva visto una squadra in pessime condizioni fisiche e programmò il richiamo che di solito si faceva in dicembre. Sì, per quasi tutto il mese la squadra si allenò due volte al giorno come fosse agosto.

Lesordio di Lorenzo in panca fu positivo: in casa la squadra riuscì a pareggiare contro lInter, al gol di Bruno Giordano rispose subito Spillo Altobelli. Così el Toto, che era ritornato allOlimpico indossando una camicia blu a pallini bianchi, decise di non cambiarsi più il vestito. Perchè quella camicia gli portava evidentemente bene. La prima vittoria però arrivò soltanto quattro partite dopo contro la Cremonese.

La tattica studiata da Lorenzo era alquanto particolare. Ai suoi difensori chiedeva di ungersi le mani di pomata e quindi di sfiorare gli occhi degli attaccanti per impedire loro di vedere. Oppure ordinava di mettersi una foto della moglie dellattaccante avversario nei calzettoni e mostrarla al giocatore durante il match per innervosirlo e portarlo così allespulsione.

I mezzi che utilizzava per vincere le partite, senza riuscirci va detto perché in 18 gare portò a casa la posta intera solo due volte, non erano solo questi. Spesso pensava a degli strani riti propiziatori. Come quello di accendere fuochi in spogliatoio per scacciare gli spiriti maligni. Tanto che quando la squadra ritornava in spogliatoio dopo il riscaldamento prepartita, laria era davvero irrespirabile.

Riuscì comunque a non perdere il derby. Scelte tattiche azzeccate? No. La gara la vinse anche questa prima di giocarla. Si spogliò con i calciatori, uscì in mutandoni ascellari e con un mangianastri che sparava musica a tutto volume aspettò i giocatori della Roma che rientravano in spogliatoio per fare lappello. Li sfidò, cantando a squarciagola e mormorando i suoi soliti incantesimi. Arrivò un punto che smosse di poco la classifica.

Il miracolo però lo fece con la Samp. Durante la settimana obbligò il suo difensore Daniele Filisetti a dimagrire cinque chili perché voleva che il giocatore si presentasse in campo la domenica successiva con lo stesso peso dellavversario che doveva marcare, Trevor Francis. Ce la fece, con il risultato che Filisetti in campo manco si reggeva in piedi.

La Samp già nel primo tempo sera portata sul 2-0 (Mancini, Salsano). Durante il riposo, Lorenzo trovò il giusto rimedio. Questa volta sì. Fece levare la maglia rossa al suo portiere Fernando Orsi, perché secondo lui gli attaccanti doriani avevano tirato in porta così tanto perché attratti da quel colore. La Lazio riuscì a pareggiare 2-2: Enrico Calisti e João Batista.

Ma fu linizio della fine. Arrivarono infatti sette sconfitte una in fila allaltra. Interrotte da un pareggio casalingo con lAscoli e unaltra, ultima e finale sconfitta, con il Napoli.

In quei giorni che precedevano la partita con i partenopei, el Toto andò dichiarando che non avrebbe marcato a uomo il suo connazionale Maradona. Invece mandò allo sbaraglio il suo giovane centrocampista Francesco Fonte e Diego ne fece tre. Il Napoli vinse 4-0.

Era il 24 febbraio 1985: finì qui lavventura del Toto Lorenzo alla Lazio, iniziata tanti anni prima.

Lorenzo era stato ingaggiato dalla Lazio per la prima volta nellottobre del 1962 per sostituire in panchina Carlo Faccini. La squadra in quel periodo militava nella serie cadetta. El Toto allora era un uomo elegante che aveva smesso da pochi anni di giocare. Professionale, istrionico e furbo come pochi altri, riuscì a portare la Lazio in A già al primo tentativo. E di arrivare ottavo la stagione successiva. La gente lo adorava sia per i suoi modi alquanto strani sia per i risultati. I suoi metodi erano meno particolari di quanto lo sarebbero stati in quellincredibile Lazio anni Ottanta, ma comunque le sue gesta di quegli anni lontani vengono ancora ricordate.

Anche allora quando la squadra perdeva, bruciava la maglia e gli scarpini dei suoi calciatori. Oppure costringeva lautista del pullman che portava allo stadio a cambiare strada qualora avesse trovato nella sua direzione un gatto nero. O a passare con il semaforo rosso, se pensava che portasse bene.

Era ossessionato dal numero 8 ed era pronto a svegliare mezzo albergo per poter dormire lui in una camera che avesse quel numero.

Alcuni metodi di allenamento li ha ancora ben impressi il terzino Diego Zanetti, una vita in maglia biancoceleste. Il giocatore fu obbligato per una seduta intera a inseguire una gallina per abituarsi a marcare la sgusciante ala avversaria.

In campo le sue squadre erano molto aggressive, sempre al limite del regolamento, pronte ad ottenere e poi difendere il risultato con i denti. Tutti mi accusavano spiegò la sua filosofia, ormai vecchio e ritiratosi in Argentina - di volere fare un gioco speculativo, che negavo il gioco dattacco, che mandavo i miei giocatori in campo per fare male. Però il calcio è questo: se non vinci il giorno dopo ti cacciano. Se vinci sei il re, sennò sei odiato da tutti.

Nella stagione 1964-1965 firmò a sorpresa per i cugini della Roma, dove conquistò subito la Coppa Italia 1964, anno in cui la finale venne disputata ad inizio del torneo seguente quando el Toto già sedeva in panchina. Ma fu per la Roma lannata segnata dal disastro finanziario della società. Lorenzo fece quellanno la famosa colletta del Sistina per raccogliere fondi per pagare la trasferta di Vicenza.

Nel 1968 tornò alla Lazio, che nel frattempo era tornata in B. Rimase tre stagioni, riportando la squadra in A al primo tentativo e costruendo in pratica la rosa che poi Tommaso Maestrelli guidò alla vittoria dello storico scudetto. Nel 1969 fece acquistare due giocatori dallInternapoli. Giorgio Chinaglia e Pino Wilson risulteranno determinanti per la storia laziale.

Proprio per il lancio del centravanti, che inizialmente appariva fuori forma e un po grezzo tecnicamente, Lorenzo fu fondamentale. Giorgione faticava molto - era esordiente in serie A - e non aveva ancora fatto il primo gol, ma el Toto nel suo attaccante ci credeva e lo aspettò dandogli fiducia. Chinaglia iniziò a segnare e non smise più. E si ricordò del suo mister quando da presidente nel 1984 gli serviva un allenatore per tentare di fare un miracolo che non poi riuscì.

Juan Carlos fu anche un buon calciatore. In Argentina lo chiamavano Hombre Orquesta perché sapeva fare tutti i ruoli da centrocampo in su. Era una mezzala che segnava e faceva segnare. Giocò cinque stagioni nel Chacarita Juniors e due nel Boca Juniors, prima di attraversare loceano nel 1949 per venire a giocare nella Sampdoria. Fu il primo straniero della storia dei blucerchiati a non fare le valigie subito e ad andarsene alla prima stagione. Aveva carattere da vendere, il ragazzo. Tenne duro e rimase in tutto quattro anni.

Toltosi la maglia della Samp, rimase in Europa ma non Italia. Prima in Francia con il Nancy, poi nel 1954 si spostò in Spagna: tre stagioni con l Atlético Madrid e poi una con il Rayo Vallecano. Io in Europa soffrii molto come giocatore raccontò molti anni dopo. Feci molta fatica ad adattarmi. Avevo molto del giocatore argentino, però questi valori là non servivano. Quando andavo in attaccò il pallone era indietro, quando ero in difesa il pallone era dallaltra parte del campo.

Nel 1958 ci fu la svolta della carriera. Il presidente del Maiorca Jaime Rosselló era alla ricerca di un allenatore per la squadra che allora militava in Tercera División. La dritta giusta gli arrivò da Alfredo Di Stefano che si trovava casualmente nellisola in vacanza: Nel Rayo Vallecano cè un calciatore che ormai ha 35 anni e fa al caso suo. Si chiama Lorenzo. Qualche anno prima Di Stefano e Lorenzo avevano frequentato insieme un corso per allenatori tenuto dal maestro inglese Walter Winterbottom.

Rossellò ingaggiò el Toto come jugadorentrenador e insieme scrissero le pagine più belle del club. Per la prima volta nella storia il Real Maiorca arrivò in Primera División. Alla prima esperienza da allenatore Lorenzo fece due promozioni consecutive.

Nel 1961 ritornò in patria, ingaggiato dal San Lorenzo. In Sudamerica trasferì subito lesperienza che aveva accumulato in Europa, portando tecniche di allenamento nuove che consistevano soprattutto in una maggiore velocità nellesecuzione di qualunque esercizio. Nel 1962 venne chiamato ad allenare la Selección in Cile, esperienza che con la nazionale ebbe modo di ripetere nel 1966 in Inghilterra, dove lallenatore della formazione di casa Alf Ramsey definì un branco di animali gli argentini.

Nel 1966 guidò il River Plate, ma solo per un campionato. Perché intanto dal Maiorca arrivò una nuova proposta. Raggiunse lisola spagnola e salvò la squadra che stava precipitando in serie C.

Furono gli anni Settanta i suoi anni migliori da allenatore. Nel 1971 vinse con il San Lorenzo sia il Torneo Nacional sia il Metropolitano. Nel 1973 il presidente dellAtlético Madrid Vicente Calderón gli offrì la possibilità di allenare la sua squadra, che portò fino alla finale di Coppa Campioni. La sua squadra venne sconfitta dal Bayern Monaco, nella ripetizione del match dopo che la prima partita i tedeschi avevano raggiunto il pareggio in extremis. Quegli ultimi secondi di gara raccontati dal Toto diventeranno leggenda: La partita era già finita, il nostro portiere lasciò la porta sguarnita per andare a consegnare i guanti ai fotografi e il giocatore tedesco siglò il gol del pareggio. Non era andata proprio così. Accadde semplicemente che il portiere dellAtlético si fece sorprendere al 119esimo da un tiro dalla distanza di Schwarzenbeck.

Nel 1976 finalmente firmò con il Boca Juniors, diventando uno dei pochi allenatori a dirigere le due più importanti squadre dArgentina e la nazionale.

Riuscì subito ad amalgamare un gruppo di giocatori assai diversi tra loro, anche come personalità. I ragazzi seguirono i suoi insegnamenti e arrivarono al titolo, che mancava da un po dopo lesperienza negativa in panchina di Rogelio Domínguez. Aver giocato nel Boca disse il vecchio Toto - è un orgoglio che mi è rimasto nel cuore. È un club speciale, unico in Argentina e nel mondo. La tifoseria è qualcosa di straordinario. I festeggiamenti alla Bombonera sono qualcosa di indescrivibile e io li ho vissuti in due vesti: da giocatore e da allenatore.

Interpretò i sentimenti e le idiosincrasie dei tifosi del Boca come nessun altro tecnico nella storia del club, per questo là è stato uno degli allenatori più amati in assoluto.

Al Boca venne subito considerato un maestro. Nel 1976 vinse Nacional e Metropolitano. Nel 1977 la Coppa Libertadores. Lanno dopo venne ripetuta limpresa di vincere quella che era la Coppa dei Campioni sudamericana e conquistò anche la Coppa Intercontinentale. Divenne un mito.

Lultimo decennio che trascorse in panchina fu quello degli Ottanta: Racing di Avellaneda, Argentinos Juniors, San Lorenzo, Vélez Sársfield e Atlanta. Chiuse la carriera nel 1988 allenando il suo Boca.

Morì a 79 anni il 14 novembre 2001, nella città di Buenos Aires. Avrebbe voluto essere cremato e che le sue ceneri fossero sparse alla Bombonera. Ma la moglie fece di testa sua e ora si trova sepolto al cimitero di Belgrano in calle ohiggins.

Alberto Facchinetti